1809, il Cardinale assiste impotente alla fine dello Stato Pontificio
 
1809
Il Cardinale assiste impotente
alla caduta del Governo Pontificio
Il Cardinale, riferendosi all’arresto del Papa, ricorda:
Qual colpo fosse per me questo fatto, è impossibile l'imaginarlo, come il riferirlo. Dal giorno 6 luglio, in cui avvenne, io rimasi in Roma per 5 mesi e qualche giorno, con 6 o 7 altri Cardinali (essendo stati successivamente obligati gli altri a partirne già molto prima), passando i giorni nella amarezza amarissima e nelle angoscie mortali, in cui mi poneva il contrasto della situazione in cui ero e dell'adempimento esatta dei miei doveri.
Sappiamo che la salute ogni tanto gli creava dei problemi. In una lettera allo zio Card. Filippo Carandini, egli racconta che “io ho avuto alcune febbri, le quali con tre sanguisughe e prese di china son cessate, e adesso sono tornato a stare bene, benché tuttora convalescente”.
(Non ci lamentiamo dei dottori di oggi!)
In una lettera successiva, però, aggiunge: “sto bene a riserva della tosse che non finirà se non col finire dell’inverno, il quale quest’anno non finisce mai”.
A parte la non buona salute, oltre ai problemi dovuti alla “rivoluzione” (A23), come egli stesso spesso si esprime nelle sue lettere, deve far fronte anche a problemi personali di vario genere. Si scontra con la Priora del San Michele, che voleva fare un po’ la furba, ed anche con un truffatore. Incredibile, un romano che cerca di truffare l’ex-Segretario di Stato.
Mi è accaduta una strana avventura. Un birbante mi ha presentato due miei pagherò in data 17.8.1800, pagabili al gennaio e al marzo del 1801, in cui mi dichiaro debitore di 4120 scudi per altrettanti ricevuti da un certo Prospero Atrenelli (?) suo genitore, che non ho conosciuto e che era un miserabilissimo giovine di Curiale, morto ai 25 aprile 1800. Non potendo dare al figlio una querela … per non assumermi il peso delle prove del delitto, impossibile a farsi da me contro uno che dice d’aver trovato tali carte nelle carte del defunto …
Peccato non ci sia il seguito. Chissà in che modo il Cardinale avrà risolto la questione.
A parte, dicevo, queste disavventure private, partito il Papa ed anche il Pro-Segretario Pacca, dunque, il nostro Cardinale, mentre aspettava il suo turno, subiva in Roma nel frattempo varie angherie da parte del Governo francese.
Ad esempio, da un documento in archivio si legge che il 12 giugno, l’avvocato Alessandro Buttaoni (futuro Erede Fiduciario del Cardinale), è costretto a protestare presso l’autorità francese, nella persona del generale Radet, per il fatto che il Cardinale sia stato iscritto nella Guardia Civica di Roma nella classe dei contribuenti. Il Cardinale riteneva che, in quanto Cardinale, non dovesse pagare le tasse!
In verità, il Cardinale non era stato “con le mani in mano”. Memore di quello che gli era accaduto durante il periodo in cui era stato Assessore militare, quando il Governo Francese gli aveva confiscato tutti i suoi beni, aveva provveduto a cautelarsi.
Dagli atti della “causa Negroni”, dal sottoscritto ritrovati recentemente e che, ripeto, si potrà consultare al completo più avanti, viene “ipotizzato” chiaramente che egli si era messo d’accordo con i suoi amministratori, i sig.ri Persiani di Toscanella, firmando sulla parola documenti notarili in cui egli cedeva una buona parte dei suoi beni di Toscanella agli stessi Persiani come pagamento di loro servigi.
Cosicché, quando il Governo Francese inviò a Toscanella dei funzionari per confiscare i suoi beni, dovettero prendere atto che ciò era possibile solo in parte.
Il Cardinale naturalmente ricambierà il favore ai Persiani con vere donazioni, questa volta, oltre all’inserimento nel suo testamento di un credito a loro favore “di scudi tremila dovuti dal Sig. Conte Fabrizio di Terni.”
Tornando al 1809, egli ci spiega del perché provasse “angoscie mortali”.
Io mi trovai infinitamente più che ogni altro dei miei colleghi in questo contrasto terribile. Ciò che mi ci pose, più che ogni altra cosa, fu la combinazione, che vado a dire.
I miei colleghi non erano affatto conosciuti personalmente da nessuna delle nuove autorità francesi. Ma non era così della mia persona.
La sua spiegazione è un po’, anzi molto, machiavellica. Solo una volta concede di aver un po’ esagerato con la sua intransigenza, dovuta al suo alto senso del dovere, quando dice: “ho quasi il rimorso di avere spinto la cosa troppo in là”.
Comunque preferisco riportare qui di seguito tutto il suo ragionamento, perché, ripeto, è veramente molto piacevole gustarsi l’arte del suo scrivere.
L'essere io stato in Francia alla occasione del Concordato e l'essere stato per tanti anni Segretario di Stato, o sia primo Ministro, mi aveva fatto conoscere da moltissimi dei militari e dei magistrati e di ogni altra massa delli individui della nazione.
Ma dirò di più, che quelle combinazioni, e specialmente la seconda, mi avevano fatto non solamente conoscere da essi, ma, mi si permetta il dirlo, anche amare. Nel mio Ministero io avevo avuto mille occasioni di rendere molti servigii a moltissimi di loro; ad altri avevo avuto occasione di usare delle politezze; ad altri ero stato utile per i loro amici; insomma quali per una, quali per un'altra causa, mi erano rimasti obbligati e attaccati. Quanto io ero mal visto dal Governo francese per i motivi accennati di sopra, altrettanto ero amato personalmente, e se fosse lecito il dirlo, anche stimato dai loro nazionali. Essi dunque (così i presenti, che i lontani e molto più i presenti) si fecero un dovere in quella occasione di usare personalmente a me tutti i riguardi possibili, visitandomi, onorandomi, offerendomi i loro servigii, usandomi delle distinzioni e procurandomi di alleggerirmi fin dove potevano i mali del nuovo stato.
Io lascio imaginare quale angoscia mortale fosse questa per me, più amara assai della morte. La mia delicatezza, dovuta alla mia qualità e alla meraviglia che il mio star bene con loro e le loro attenzioni per me avrebbero prodotta nel publico, il quale, parte per ignoranza, parte per malignità dell'animo, non sa, o non vuole distinguere le persone dal Governo, nè farsi conto delle particolari circostanze, mi obligavano non solamente a ricusare, ma anche a prevenire e impedire i loro riguardi per me e perfino ad essere impolito e incivile e ingrato ancora. E certo lo fui e, grazie al Cielo, non ho il più leggiero rimorso di essermi permessa la minima cosa che non mi convenisse, anzi ho quasi il rimorso di avere spinto la cosa troppo in là, fino a nemmeno rendere con una carta le visite che mi si fecero e che mai ricevei, non che non accettare alcun riguardo o favore tanto era grande in me il timore che apparisse, benchè irragionevolmente, la minima macchia nella mia condotta, che serbai sempre intatta e pura. Ma sa il Cielo quanto ciò costommi e possono imaginarlo quelli, che non hanno in petto un cuore ingrato e insensibile.
La mia pena nacque dalla impossibilità di giungere a persuadere a quelli, che mi usavano tutte quelle attenzioni, la necessità in me di quella condotta, che la mia qualità di Cardinale e membro di quel Governo, che era stato rovesciato dal loro, esigeva da me verso di quelli che ero forzato a risguardare come nemici del mio Governo e del mio Sovrano, se erano personalmente amici miei.
Essi non sapevano, nè volevano intendere questa ragione: dicevano che il Governo francese e la loro persona erano due cose diversissime: il loro amor proprio era offeso dai miei rifiuti e dal totale allontanamento da loro: dicevano che n'era offeso anche il loro onore.
Io tenni fermo, ma questo combattimento fu per me difficilissimo e dolorosissimo e mi costò assaissimo il trionfare. Niente era più amaro al mio cuore, che il comparire ad essi, anche immeritamente, sconoscente e incivile. Ma se il fin qui detto era amaro e duro e disgradevole e imbarazzante e spesso anche pericoloso a pratticarsi con li individui e le autorità militari e civili, benchè subalterne, è facile imaginare quanto più lo fosse con la suprema che allora fosse in Roma.
E’ incredibile, ma il Cardinale va avanti con la sua intransigenza anche nei confronti del Generale Miollis rappresentante del Governo Francese a Roma ma anche uomo di cultura (fondò varie accademie, innalzò un obelisco a Virgilio in Mantova e una colonna all'Ariosto in Ferrara) e del Re di Napoli Gioacchino Murat.
Ambedue erano suoi intimi amici, ma lui si rifiutava sia di riceverli che di aderire ai loro inviti. E tutto questo per il suo alto rispetto del dovere e fedeltà nei confronti dello Stato Pontificio e nei confronti del suo rappresentante, Pio VII, in esilio a Savona. Molti dei suoi colleghi cardinali, come vedremo, si comporteranno invece diversamente.
Ora io mio trovai disgraziatamente in questo amarissimo caso. Il Generale (Miollis) che al tempo stesso era Generale in capo dell'Armata e Presidente della Consulta Governativa, era legato meco con una assai anteriore particolare conoscenza e intimità di relazioni e mi si credeva anche obligato per servigii da me renduti al suo fratello vescovo, prima e dopo della sua elevazione a tal dignità, perché prima egli era stato in Roma come emigrante ed io avevo avuto occasione di rendergli dei servigii e dopo, essendosi sempre diretto a me nelle sue occorrenze in vista della antica conoscenza, ero stato nel caso di prestargliene dei nuovi. È quindi facile di concepire come il Generale in capò, per le mie antiche relazioni col suo fratello e con lui stesso, si crede obligato ad usarmi dei riguardi e visitarmi e farmi delle attenzioni e come i miei rifiuti e il mio astenermi perfino dal restituirgli le visite (che mi faceva alla porta, perché non lo ricevevo) fossero sensibili al di lui cuore, non meno che al di lui amor proprio. Questo sacrificio alla delicatezza della mia posizione mi costò molto, ed io mi conosco in dovere di pagare qui un tributo di gratitudine alla di lui bontà per me, non meno che a molte qualità pregievoli che lo distinguevano, fra le quali il disinteresse, la modestia, la moderazione, la austerità, la mancanza la più assoluta di ogni vanità e orgoglio, ed una incorrotta giustizia sì distinguevano specialmente.”
Ma sebbene paja che la mia delicatezza non potesse soffrire un più forte assalto, che quello di questa posizione in cui ero col Generale in capo e Presidente del nuovo Governo, pure ve n'ebbe uno maggiore e fu quello che mi venne dalla posizione in cui ero col nuovo Re di Napoli. Era questi quel Gen. Murat, col quale ero legato nella più stretta amicizia fin da quando venne più volte a Roma nel tempo del mio Ministero e nella occasione del mio passaggio per Firenze, dov'egli era alla testa dell'armata, quando io andai per il Concordato a Parigi.
Sarebbe difficile di qui esprimere bastantemente la intimità della nostra amicizia e la di lui inesprimibile divozione ed attaccamento alla persona del Papa, non meno che i grandi beneficii da lui ricevuti per il bene e vantaggio del Papa stesso e dello Stato, autorizzavano ed esigevano dalla mia parte quella amicizia, che passava fra di noi. Già fin da quando egli passò per Roma come Re di Napoli, essendo ancora in Roma il Papa, io mi ero trovato messo a una dura prova. Non essendo egli riconosciuto dal Papa come Re di Napoli, io non avevo creduto che nella mia qualità di Cardinale mi convenisse di visitarlo. Egli ne fu offeso e dispiacente e me lo fece sentire, fino a farmi giungere all'orecchio nelle maniere le più cortesi e obliganti che, facendosi conto della mia circostanza, poteva ben egli perdonarmi che non andassi a fargli una visita in publico, ma non già in privato e come suol dirsi per clamletto.
La mia delicatezza non mel permise, benchè mi costasse un grande sforzo. Ma quando egli tornò a Roma, dopo caduto il Governo Pontificio e partito il Papa, e, rivestito della qualità di Luogotenente dell'Imperadore, vi si trattenne circa 9 giorni, la prova, a cui mi trovai esposto, fu anche più dura. Non essendo in Roma il Papa e non essendone più il Sovrano di fatto, credè il Re che io non fossi più obligato ai medesimi riguardi relativamente a una semplice visita. Siccome io non la feci nei primi 5 giorni della sua dimora, mi trovai messo per di lui parte alle più difficili e alle più sensibili prove nel resto del tempo della di lui dimora in Roma. I miei doveri, o almeno la delicatezza che io giudicai convenirmi (forse avrò potuto crederlo al di là del positivo dovere) per non mancarvi, prevalsero a tutto e non lo visitai, ma non saprei esprimere quanto ciò costasse al mio cuore sì per quello che a lui dovevo, sì per l'offesa che sapevo ch'egli riputava farglisi con tal mia condotta, specialmente in questa seconda occasione.
E questo non è niente in confronto al comportamento che il Cardinale avrà fra non molto nei confronti dello stesso Imperatore francese.
Certo è che, se soltanto Napoleone avesse immaginato prima quanti problemi gli avrebbe creato il Cardinale, penso che avrebbe sicuramente evitato di ingiungergli di recarsi a Parigi.





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